E' stato arrestato e condannato uno dei capisaldi della criminalità in Bosnia, Muhammed Ali Gasi, boss incontrastato di Sarajevo. La sua condanna è una vittoria per gli sforzi messi in campo dall'Unione Europea per contrastare l'illegalità in questo paese. E' stato dato, inoltre, un forte segnale alla criminalità organizzata, rimasta finora completamente impunita. Il boss, 35 anni, era libero di agire indisturbato, non rispettando le regole; viveva una vita di soldi, donne derivanti dalla illegalità delle sue azioni. Possedeva una Ferrari rossa che lasciava parcheggiata indisturbata nelle zone pedonali della città sicuro che nessuno avrebbe mai osato fargli una multa.
"Abbiamo dimostrato alla gente che questo tipo di persone non sono intoccabili" sottolinea Edin Vranj, il capo del dipartimento anti-criminalità della Federazione croato-musulmana (una delle due entità della Bosnia insieme alla Republika Srpska), il quale ha 350 poliziotti alla caccia di Gasi.
Prima dell'arrivo, nel 2006, della polizia Ue in Bosnia Erzegovina (Eupm) giudata dal Generale di Brigata dei Carabinieri, Vincenzo Coppola, Gasi era libero di scorrazzare per le strade della capitale indisturbato. Fin qundo le autorità non hanno trovato il coraggio di affrontare il problema, la latitanza del boss è continuata. Inoltre, Gasi attaccava continuamente, supportato dalla complicità dei media che hanno costruito intorno al boss la figura di un eroe di guerra, nonostante le umili origini, Oleg Cavka, il quale ha raccolto per quattro mesi consecutivi, indizi contro Gasi.
"Una volta ha avuto perfino la faccia tosta di telefonarmi per chiedermi perchè ce l'avessi con lui. Ha avuto il mio numero dal suo avvocato", ha raccontato Cavka in un incontro a Sarajevo con alcuni giornalisti la settimana scorsa. "E' stato un bel successo, che secondo me sarà un catalizzatore per operazioni simili che saranno condotte in futuro" concorda Coppola, sottolineando che la magistratura locale e l'Eupm stanno indagando su "altri 32 o 33 casi di criminalità organizzata in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina".
Il generale ci tiene a sottolineare che l'arresto del boss " è stata un'eccezione". Conferma questa posizione Drew Engel, americano a capo del Dipartimento anti-criminalità della Corte della Bosnia-Erzegovina. "Mi piacerebbe vedere i miei procuratori battersi fra di loro per vedersi assegnati i casi più difficili, invece, per il momento, hanno ancora un atteggiamento passivo, anche se individualmente sono molto preparati", dichiara.
Il lavoro dei magistrati e dei poliziotti in Bosnia è complicato enormemente dall'assetto iperfederalista del Paese creato dagli accordi di pace di Dayton del 1995. Questo prevede la Republika Srpska dei serbo-bosniaci e la Federazione croato-musulmana, due entità che possono essere considerati come due 'mini-Stati', ognuno dei quali ha un proprio governo, parlamento e corpi di polizia. In più nella Federazione ci sono 10 cantoni divisi tra croati e musulmani con strutture di governo completamente autonome. La volta in cui Gasi è stato avvistato a est di Sarajevo ci sono volute due ore e mezzo per mettersi d'accordo su quale corpo di polizia avesse dovuto provare a prenderlo. "Avrebbe avuto il tempo di scappare fino in Slovenia", denuncia Cavka.
Agenzia Radicale
Roma, 20 apr. (Adnkronos) - ''It's hard to be nice'' di Srdan Vuletic, il film sulla Sarajevo del dopoguerra, ha vinto la 13esima edizione di ''Linea d'Ombra'', festival internazionale di Salerno, nella sezione ''Passaggi d'Europa'' che ha messo a confronto sette opere prime e seconde del giovane cinema europeo. Per la sezione ''CortoEuropa'' vince il tedesco ''Bende Sira'' della regista e pubblicitaria Ismet Ergun. L'opera racconta una storia di bambini che in Turchia per andare al cinema devono fare una colletta. I film sono stati valutati da una giuria popolare di 300 giovani dai 18 ai 35 anni.
Nel film vincitore (co-produzione tra Germania, Slovenia, Bosnia Herzegovina, Serbia e Montenegro), si racconta la storia di un tassista di Sarajevo che combatte la sua battaglia per la sopravvivenza nella citta' attraversata dall'ansia per la facile ricchezza e dal mercato nero. Indebitatosi per acquistare un nuovo taxi, l'uomo sara' costretto a compiere azioni criminali. Vuletic, documentarista affermato, e' gia' stato premiato al festival di Rotterdam.
''Linea d'Ombra'' fa parte del programma cinema del III Festival Culture Giovani che stasera assegnera' i premi 2008 ai registi italiani Andrea Molaioli e Gianni Zanasi e agli attori Filippo Timi, Alba Rohrwacher, Michele Venitucci. Con la proiezione del film ''Il vento fa il suo giro'' alla Chiesa dell'Addolorata e il concerto dei Baustelle e dei Giardini di Miro' al Teatro Cinema Augusteo, si chiudera' la terza edizione del Festival, diretto da Peppe D'Antonio.
Adnkronos
21.04.2008 scrive
SARAJEVO (Reuters) - Il regista bosniaco Danis Tanovic, il cui film "No Man's Land" ha vinto nel 2001 l'Oscar per il miglior film straniero, ha presentato ieri il nuovo partito politico che ha fondato con l'intenzione di superare le divisioni etniche del paese.
Tanovic, 38 anni, ha espresso la speranza che la formazione, "Nostro partito", riuscirà a sedurre gli elettori disillusi che non hanno votato alle ultime elezioni.
"E' un tentativo di smuovere le cose... e noi possiamo offrire una nuova scelta ai bosniaci che si lamentano da anni che non ci sia nessuno per cui votare", ha detto Tanovic durante la prima convenzione del partito.
Secondo alcuni commentatori politici, la figura di Tanovic potrebbe contribuire a un successo elettorale alle amministrative di ottobre, primo test per il nuovo partito.
La Bosnia è divisa in due regioni autonome, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Serba. Dalla fine della guerra del 1992-95, il paese è governato da partiti nazionalisti serbi, musulmani e croati che con le loro contese hanno bloccato le riforme.
L'opposizione è divisa e debole e l'astensionismo è in crescita.
Tanovic, che è musulmano, sarà il co-presidente del nuovo partito insieme a un croato-bosniaco e a un serbo-bosniaco.
© Reuters 2008.
Il nuovo progetto libro+cd+dvd dell'ex CCCP Massimo Zamboni
Massimo Zamboni (Fondatore dei CCCP e dei successivi CSI Consorzio Suonatori Indipendenti) parte da Mostar (Bosnia Herzegovina) per un viaggio verso tutti gli Est del mondo.
"Inermi sono le popolazioni, le città sofferenti, la violenza delle armi, della paura, della guerra. La voglia di vivere le fa risorgere, sempre, Perché a volte l'inerme "è" l'imbattibile".
Con queste parole Massimo Zamboni sintetizza lo splendido ed importante "l'inerme è l'imbattibile", che esce per il manifesto cd. Il progetto è ambizioso e composto da tre supporti: CD+DVD+libro.Per quanto riguarda la musica, essa riparte idealmente sullo sfumare delle note del precedente album di Zamboni "Sorella Sconfitta" e vede collaborazioni da tutto il mondo, fra le quali: Nada, Nabil Salameh e Marina Parente.
Il DVD può essere inteso come un film su Mostar, teatro negli anni '90 di una vera e propria guerra ideologica e politica e di sanguinosi scontri. L'autore non riesce a considerarlo un reportage, né un racconto di viaggio, piuttosto lo sviluppo per immagini di un pensiero, realizzato assieme e grazie a ottimi collaboratori, fra i quali il regista di documentari Stefano Savona.
Un'opera importante e completa.
da MTV.it

Il genocidio in un libro e due mostre. Mujcic racconta il suo viaggio fino all'Italia. E poi immagini sconvolgenti. A Palazzo Doria Spinola
di Francesco Pedemonte
GENOVA, 15 MARZO 2008

Prima della deflagrazione della vecchia federazione jugoslava, Srebrenica era una cittadina della Bosnia orientale, situata vicino al confine della Serbia e nota soprattutto per le miniere d’oro, di argento e bauxite. Nel corso della guerra (1992/95) era un enclave musulmana situata in territorio serbo-bosniaco, un'area di sicurezza soggetta al controllo dell’ UNPROFOR, la forza di protezione delle Nazioni Unite. L'11 luglio 1995 venne occupata dalle truppe serbo-bosniache che, guidate dal generale Ratko Mladic, deportarono la popolazione civile compiendo il massacro in cui morirono oltre 7500 persone, in gran parte uomini e ragazzi.
A quasi 13 anni di distanza, pochi, quasi nessuno, tra i massimi responsabili del massacro ha pagato o scontato in parte la condanna per genocidio e crimini contro l’umanità comminata dal Tribunale dell’Aja. Non resta che ricordare, a maggior ragione dopo i recenti avvenimenti, per evitare che quello che è stato possa ripetersi.
Presso la Sala del Consiglio provinciale, occasione di riflessione e dibattito sul massacro di Srebrenica, promossa dalla S.p.a Politiche di donne, è stata la presentazione del libro Al di là del caos di Elvira Mujcic: un racconto-terapia del viaggio che ha portato l’autrice da Srebrenica all’Italia attraverso la Croazia. Contemporaneamente è stata inaugurata la mostra Identify, una raccolta di 12 pannelli realizzata da Arci-Genova.
CSK-3 non è una sigla priva di significato, ma il codice assegnato ad una scarpa dallo staff del Progetto di identificazione Podrinje che lavora al riconoscimento delle vittime del massacro.
Immagini di scarpe, giubbotti, t-shirt, orologi, felpe, jeans: capi di abbigliamento appartenuti alle vittime del genocidio. Attraverso i nomi di griffe celebri si attiva il processo di identificazione rispetto alla tragedia, tramite sigle come Adidas, Puma, Diesel, Seiko, Lacoste, Rifle e Carrera si ricorda al mondo consumista l’assurdità del genocidio e l’insignificanza dei segni che aiutano a sentire la vicinanza con gli altri. Un segmento di mondo non immune da responsabilità, soprattutto nelle dinamiche politiche e diplomatiche che condussero al massacro, un genocidio che, al pari di altri, è caduto nell’indifferenza.
Completa la mostra, Nema Problema, raccolta di fotografie scattate da Laura Rossi.
Tuzla, Srebrenica, Potocari e Sarajevo: istantanee che non trasmettono un segnale di denuncia, ma ricordano che nei luoghi del massacro, oggi, bambini giocano ancora a pallone. Scatti senza alcuna connotazione etnica, a segnalare come la Bosnia non sia stata solo terra di sangue, ma anche di ricostruzione. Se i pannelli propongono un’identificazione post mortem delle vittime di Srebrenica, l’appendice fotografica pone l’accento su chi è vivo, su quelle persone che nonostante gli orrori della guerra riescono ancora a pronunciare le parole Nema Problema: nessun problema.
I pannelli di Identify e gli scatti fotografici saranno a disposizione del pubblico da lunedì 17 a giovedì 20 marzo, presso il Loggiato Inferiore di Palazzo Doria Spinola (largo Eros Lanfranco 1).
NdR: Non è mai semplice decidere quale articolo pubblicare e quale non, dal sito Osservatorio Balcani, data l'alta qualità degli stessi. A questo non abbiamo saputo rinunciare data la grande abilità dell'autrice nel trattare un argomento estremamente difficile senza mai scivolare nella retorica nè nella banalità. A lei e ai redattori di OB, i nostri più vivi complimenti.
Barak Obama e i musulmani bosniaci. Viaggio a ritroso dalle presidenziali americane alla Jugoslavia di Tito.
Di: Azra Nuhefendić
Editing: Ljiljana Avirović
Visto che uno dei candidati alla presidenza degli Stati uniti, Barak Ehud Obama, è stato accusato di essere musulmano [v. "The Sunday Times" (Culture International), 16 dicembre 2007], che alcuni musulmani nell’Italia settentrionale furono detenuti avendo pregato in pubblico, ho deciso che la cosa migliore per me sia di ammettere: va bene, anch’io sono una musulmana.
Come mai mi è successa una cosa del genere? E perché è capitato proprio a me? Di solito, come nei casi di malattie gravi o di tradimenti sentimentali, sono stati altri ad accorgersene per primi.
I miei genitori non mi hanno dato alcuna educazione religiosa. Nessun riferimento alla religione si è fatto né a scuola né nelle varie associazioni sportive o culturali che frequentavo. Così sono cresciuta non solo come un’atea, ma anche in una profonda ignoranza sulla storia delle religioni.
Riflettendo, potrei scavare dalla memoria due episodi dai quali si deduce che tipo di rapporto io e la mia famiglia, ma pure la maggior parte dei bosniaci, avevamo con la religione.
Il nome di mia sorella minore, Sunita, non era comune né diffuso nella Bosnia degli anni Sessanta. Né mia mamma, e neanche la madrina di mia sorella che le diede il nome, sapevano quale fosse l’origine di tale nome, né il suo significato. Ero già adulta quando ho imparato che esistono i musulmani sciiti e sunniti, e soltanto allora ho capito da dove proveniva il nome della mia sorellina.
Già adolescente, un giorno il nostro papà mi fece una domanda da un "milione di dollari": "Quale è la differenza tra i turchi e i musulmani"? Non sapevo, naturalmente. Mi spiegò che i turchi sono una nazione, e i musulmani una religione.
Negli anni Settanta del secolo scorso, i musulmani bosniaci sono diventati una nazione, cioè Musulmani con la "M" maiuscola. Il partito comunista li ha promossi a nazione, uno dei popoli costitutivi dell'ex Jugoslavia.
Fu una mossa di Tito allo scopo di compiacere i nuovi amici della Jugoslavia, i membri del Movimento dei Non-allineati (ideato da Tito, dal presidente egiziano Nasser e da quello indiano, Nehru). Il Movimento fu una specie di contrappunto al mondo diviso in due tra l’Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia. La maggior parte dei membri del movimento proveniva da paesi arabi o musulmani, e per mostrare loro a che titolo anche la Jugoslavia potesse farne parte, Tito si decise e tirò fuori i musulmani del suo paese...
Una tale decisione ebbe anche uno scopo a livello interno nonché un risvolto storico. I nazionalisti, sia croati che serbi, già dal secolo XIX con i loro movimenti di risveglio nazionale, pretendevano che i musulmani bosniaci fossero o croati o serbi, ma di diversa religione. Ciò non perché stessero loro molto a cuore, ma in quanto aspiravano soprattutto al controllo dei territori in cui vivevano i musulmani: la Bosnia, appunto.
La prima volta in cui potei dichiarare la mia nazionalità, al censimento, a 18 anni, mi dichiarai proprio così come mi sentivo: jugoslava.
Nella ex Jugoslavia, e in Bosnia in particolare, si teneva rigorosamente conto di avere, in tutti i posti pubblici e in tutte le istituzioni, la rappresentanza equilibrata dei popoli e delle religioni presenti in quelle terre.
Malgrado mi fossi dichiarata come jugoslava, ogni volta quando alle autorità "serviva" una musulmana, per completare il quadro nazionale, mettevano il mio nome. Si trattava di puro opportunismo. Protestavo, ma invano. Questo dialogo tra me e le autorità non è mai stato una cosa seria né importante: in qualche modo lo Stato, le sue istituzioni, e soprattutto il partito comunista, giocavano, ma giocavo anch'io.
Talvolta questi giochi si fecero davvero assurdi. La rappresentanza proporzionale delle varie nazionalità era obbligatoria pure nei sondaggi che noi giornalisti facevamo per esempio al mercato, per sapere se la gente era contenta del prezzo delle patate; non potevamo citare solo 5 musulmani, o solo serbi, o i croati. Per non parlare delle occasioni importanti come i congressi del Partito comunista. Ovviamente non si poteva chiedere prima a una persona di che nazionalità fosse per poi procedere con la domanda del tipo "Sei soddisfatto delle ultime risoluzioni del Partito circa il prossimo piano di sviluppo quinquennale?" Noi parlavamo con la gente, ma dopo, tra di noi, nel retroscena barattavamo due serbi per un croato, oppure un musulmano per uno jugoslavo.
Ci divertivano quei giochi, ma era indispensabile avere un quadro che riflettesse precisamente la composizione nazionale della Bosnia Erzegovina.
Le tracce di questa necessità di ottenere una rappresentanza equilibrata le ho trovate anche dopo quest’ultima guerra, quando alcuni reclamavano perché tra gli accusati per i crimini contro l’umanità ci fossero maggiormente i serbi o solo i croati ecc., senza che si tenesse conto dei fatti!
Negli anni Ottanta mi sono trasferita a Belgrado. Proprio là, per la prima volta nella mia vita, mi hanno fatto capire che sono una musulmana. "Perché tu, una turca, ti sei trasferita a Belgrado?", mi chiesero alcuni nuovi colleghi. Cercando l’appartamento, accompagnata dalla mia amica Jelena, pure lei bosniaca, ma di nazionalità serba, un proprietario ci ha sbattuto la porta in faccia quando ha sentito il mio nome: "Non affitto la casa ai turchi".
"Che stupido", abbiamo concluso scherzando dell’uomo che per noi era proprio suonato. Questi casi erano comunque sporadici, così che né io né i miei amici più prossimi davamo a ciò alcun peso.
Con l'ultima guerra nei Balcani, la situazione è cambiata radicalmente. La propaganda del regime nazionalista serbo contro i bosniaci musulmani fu forte, esagerata, e davvero efficace; ci chiamavano esclusivamente "turchi", ci presentavano come i nemici peggiori, infedeli, assassini, nati per sgozzare e uccidere, "che un convertito all'islam (cioè i bosniaci) sia peggio dei turchi" prendendo le parole dell’attuale ambasciatore serbo in Vaticano, D. Tanasković. Suggerivano, come il prof. Serbo M. Jeftic, "la distruzione completa di ogni parte del corpo dei turchi" come unico modo di fare i conti con i bosniaci.
Nenad, il figlio della mia amica Jelena, aveva sei anni e un giorno, con l’orrore negli occhi, scoprì che "la madrina, la sua kuma Azra, è una turca".
Altri episodi furono più seri: il figlio di una coppia mista, Nino, madre serba e padre musulmano bosniaco, è tornato da scuola piangendo. Terrorizzato diceva alla mamma: "Ho dovuto ammettere che sono musulmano". Tara, figlia di un’altra coppia mista, si è rivolta alla mamma con: "Stai zitta sporca musulmana".
Fu allora che capii come il fatto di etichettarci come "turchi" non fosse per ignoranza, bensì contenesse un preciso messaggio. Dando dei “turchi" a noi bosniaci, in realtà ci dicevano che eravamo estranei alle terre, alle case, alle città, ai campi, insomma all’Europa, che siamo "una piaga asiatica", per citare le colorate parole di Radovan Karadžić, latitante e accusato di crimini contro l’umanità.
In quel turbolento e tragico periodo molti dei miei amici, colleghi e conoscenti volevano tornare alle radici dei loro antenati, scoprivano la religione, si facevano battezzare da adulti. L'avanguardia di un simile "movimento" furono gli ex comunisti, quelli duri, quelli che da un momento all'altro si scoprirono religiosi. È stata una religiosità da opportunisti, superficiale; coloro che fino a ieri occupavano le prime file nei congressi del Partito, ora si facevano vedere nelle varie manifestazioni religiose. Messi ben in vista, con le catenine e la croce, usavano mettere una croce lignea sopra il parabrezza dell’automobile.
Invece io non volevo cambiare. Anzi, avevo bisogno di rafforzare quella che ero; davanti alla distruzione fisica e mentale del mondo nel quale sono nata e cresciuta, io avevo bisogno di conservare me stessa; così mi difendevo dai nazionalisti, dai ladri delle nostre vite, dai criminali che hanno fatto sparire la Jugoslavia e che con il terrore hanno distrutto la Bosnia.
Una volta giunta in Italia, ho lasciato alle spalle la storia dei turchi e dei musulmani. A Trieste, dove giunsi, fui costretta a fare i conti con i pregiudizi della città nei confronti degli slavi, precisamente s’ciavi de merda, come i triestini usavano chiamare tutte le genti della ex Jugoslavia. Dei musulmani, a Trieste, non importava nulla a nessuno. Fino all’undici settembre e al rilancio dello "scontro di civiltà" (Samuel Huntington) o "scontro di ignoranza" [v. Edward W. Said: The Nation, "The Clash of Ignorance", October 22, 2001].
Man mano che cambiava l’immagine dei musulmani nel mondo, i conoscenti, gli amici e colleghi hanno cominciato più spesso a chiedermi: "Ma tu che tipo di bosniaca sei”? A volte, sussurrando, e in confidenza girandosi intorno come se si trattasse di un segreto "sei per caso una musulmana"? Sui loro visi appariva un’espressione di empatia, proprio come si fa quando si parla con i malati gravi. Mancava soltanto che mi esprimessero le condoglianze.
Recentemente, un mio conoscente dal Medio Oriente mi ha fatto gli auguri per Il Bajram, una festa musulmana che corrisponde al Natale.
Grazie, ma io non lo festeggio. Sono atea.
Ma sei una bosniaca?, voleva assicurasi.
Si, lo sono, ma atea.
Allora non sei una musulmana, mi disse. Non preghi e non credi in Allah, allora non sei una musulmana.
Beh?!
Ho riflettuto un po’ su quelle parole, e mi sono ricordata della zia paterna, quella che ogni sera prendeva una medicina, non importa per cosa: "Non si sa, per ogni buon conto, dovesse succedere qualcosa nel sonno".
Beh intanto, per ogni buon conto, io ho confessato. Dovesse succedere qualcosa. Non si sa mai.
da Osservatorio Balcani
Bruxelles, 27 feb. (Apcom) - L'Unione europea ha rinunciato a pretendere dai politici della Bosnia-Erzegovina l'unificazione delle forze di polizia per procedere alla firma dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa). Bruxelles, ha indicato il comandante della missione di polizia Ue a Sarajevo, il brigadiere generale dei Carabinieri Vincenzo Coppola, si accontenterebbe di un "forte coordinamento" tra le varie forze di polizia del Paese, divise su basi etniche, che verrebbe garantito dalle due leggi attualmente in esame al Parlamento di Sarajevo. Le due leggi metterebbero in pratica l'accordo politico sulla riforma della polizia raggiunto a Mostar a fine ottobre dai rappresentanti delle tre comunità principali del Paese: serbi, bosniaco-musulmani e croati. Ma la loro approvazione è messa a repentaglio dal recente voltafaccia del leader del principale partito bosniaco musulmano Sda, Suleiman Tihic (Sda), che ha sconfessato l'intesa di Mostar rimproverando all'Ue un approccio troppo indulgente nei confronti dei serbo-bosniaci, i quali hanno rilanciato i loro propositi separatisti sull'onda dell'indipendenza del Kosovo. Secondo Coppola, che ha parlato con alcuni giornalisti a Bruxelles, i politici bosniaci "devono ancora dimostrare di voler entrare in Europa, cioé di essere disposti a negoziare abbastanza per poter raggiungere un risultato positivo". Il comandante Ue si è dichiarato ottimista sulle chance di un accordo a condizione che i leader serbo-bosniaci "prenderanno il loro tempo". Entro due settimane, comunque, le leggi sulla polizia dovrebbero essere votate.
Fonte: Apcom
(ANSA) - SARAJEVO, 26 FEB - Oltre diecimila persone provenienti da tutta la Republika Srpska hanno manifestato oggi a Banja Luka contro l'indipendenza del Kosovo.Alla manifestazione, organizzata dalla Spona, associazione di alcune organizzazioni non governative tra cui quella dei veterani di guerra, hanno partecipato le massime autorita' della Rs (entita' a maggioranza serba di Bosnia), ma non e' intervenuto, come avevano annunciato gli organizzatori, il primo ministro di Belgrado Vojislav Kostunica.
ansa
SERBO-BOSNIACI TENTANO ASSALTO AL CONSOLATO USA
Centinaia di manifestanti serbo-bosniaci hanno tentato di assaltare il consolato Usa a Banja Luka, in Bosnia. L'attacco, con pietre e mortaretti lanciati verso la sede diplomatica, e' stato respinto dai blindati della polizia prima che la folla potesse raggiungere l'edificio. Gli incidenti, in cui sono rimasti feriti due agenti e un manifestante, si sono verificati a margine di un corteo di 10mila persone che avevano manifestato contro la secessione del Kosovo dalla Serbia. La polizia ha fermato diverse persone, tra cui alcuni minorenni. Sono state distrutte anche molte vetrine, tra cui quella di un negozio gestito da un croato, ma, a differenza di quanto accaduto a Belgrado con gli assalti alle ambasciate, stavolta la polizia e' riuscita ad arginare la furia dei manifestanti.
Repubblica.it
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

